Le tue gambe alte,

sono onde di quell’accesso

di un porto che intravedo unico,

come mio ancoraggio certo.

Siepe di un bosco scuro

che dà spiragli in luce,

proprio lì c’e un bisogno estremo,

di veder che si bruci il tempo.

Monte impervio e aspro,

come aspre sono le labbra tue,

che di carne rossa

ricordano quel sangue mio

denso e caldo,

che nelle vene pulsa,

come se di lì egli volesse uscire.

Velluto di una pelle rasa

quel che ricopre il tuo rigore,

accendi in me quel fulgore

che annienta il mio respiro e spinge,

forte il mio cuore rapido

a quel galoppo folle,

che un destriero al suo confronto

appare un ronzino stanco.

Di appagarmi,

bevendo a quella fonte io chiedo,

come se di acqua oramai questo pianeta

fosse giunto ad inaridirsi al manto .

Odi questi miei sospiri e rantoli,

parandoti ad un destino stanco,

che non allontani alquanto.

Io di te son pieno e tu di me sei al pari.

Ogni mia costola è spina

se l’amore tuo non avrò,

ma io scivolando intanto

passo in un gassoso scatto,

inoltrandomi oltre di quella soglia,

e un fine lamento spande,

dentro al mio udito attento.

Son io a farmi comprendere ora,

che di un sol corpo intatti,

in un soave abbraccio immenso,

un universo appare,

fiore di un candore in petto,

si alza il maestrale intenso,

urla e biancheggia il mare.

Share: